E’ difficile spiegare i sentimenti.
E’ semplice raccontare un fatto, un evento. Non qualcosa che viene dal cuore. Questa settimana fantastica per il Pisa ha ripagato di tanti bocconi amari quelli che ci sono sempre stati e che ci saranno sempre. Quelli che se nevica in uno stadio dove deve giocare il Pisa partono lo stesso. In pochi ma partono. E magari danno una mano a spalare la neve per far giocare la partita. E’ successo davvero. A Bari nel 1993.
Quelli che si svegliano alle tre di notte per andare a Saluzzo quando fino a due anni prima andavano al Bentegodi. Quelli che dove c’è il Pisa ci sono loro. A Perignano come a Tempio Pausania. Quando vedi perdere la squadra per 3-0 dall’ultima in classifica e magari qualche giocatore non gradisce neppure i fischi. Quelli che vivono questa squadra come una seconda pelle. Che hanno atteso 34 anni per questo momento che vedete raffigurato (foto ufficio stampa Pisa sporting club. Il capitano Antonio Caracciolo che alza la coppa della promozione in A sulle note di We Are the Champions dei Queen. Giusto che l’abbia fatto lui. Esempio di grinta caparbietà e di come sapersi rialzare da un bruttissimo infortunio. L’ultima volta che il Pisa è andato in A Caracciolo stava per nascere.
Per tanti motivi che non può capire questa esplosione di gioia forse inizierà a farlo. Ma non importa. L’importante è che si sono capite quelle persone che vivono questa grande passione. Le stesse persone che ieri hanno riso, pianto, si sono abbracciate. Si sono lasciate andare. Trascinare da un’onda di emozioni. E hanno ricordato. Le stesse persone che dal fischio finale di domenica scorsa Bari non smettono di far festa. Non perché hanno vinto, ma perché hanno sofferto troppo per arrivare qui.
Sì, perché nel calcio vincono giocatori, allenatori, società. Ma vincono anche i tifosi. Quei tifosi lì. Quelli che un giorno si sono trovati per caso allo stadio a vedere un gol di Piovanelli in Pisa-Cremonese 1-1 del 1987 e non hanno più smesso. Lo striscione di venerdì apparso in Pisa-Sudtirol, sotto la coreografia che ha coinvolto Curva Nord e Gradinata, è il punto esclamativo su 34 anni di delusioni, porte in faccia e campi di periferia. “Questa è per tutti noi…per chi ci ha lasciato…per chi l’ha vissuta …e per chi la vivrà…grazie ragazzi…Il sogno della città diventa realtà…Pisa non si piega”. Ed è ovviamente prima di tutto per tutti quelli che non ci sono più e che oggi sarebbero felici allo stesso identico modo di quelli che sono qua. Perché il tifoso è una persona, una tifoseria intera è una comunità. Con sfaccettature diverse ma lo è. E a Pisa è molto forte.
Questa vittoria è per quelli che hanno visto due esclusioni dai campionati professionistici e per poco non ne hanno visto pure una terza. Ricordo di aver letto una frase, poco dopo il fallimento del 2009, oltretutto nell’anno del centenario, che recitava più o meno così: “Muore il Pisa pieno di guai ma i veri tifosi non muoiono mai”. Una frase più giusta non penso di averla letta.
In molti dicono che bisogna guardare al futuro. Ad Alexander Knaster che ha già spostato il sogno qualche metro più avanti grazie anche al lavoro fatto dai Corrado e all’inizio anche da Enzo Ricci. Hanno ragione, bisogna guardare avanti. Intanto però è giusto che questa gente si goda il trionfo e guardi indietro. Non con nostalgia ma con la consapevolezza di aver vissuto intensamente per questi colori. E di continuare a farlo allo stesso modo. Da domani per loro non cambia niente. Serie A, serie B, C, D, Eccellenza. Loro saranno sempre lì. Perché per loro non è solo un gioco.